Debiti fantasma: come il sistema finanziario “ombra” guadagna dai mutui in sofferenza

Le rate dei mutui ricominciano a crescere, ma la vecchia crisi dei primi 2000 ancora deve essere smaltita. Per sbarazzarsi delle sofferenze le banche, in tutta Europa, si affidano oggi agli sfratti

Edoardo Anziano
Lorenzo Bagnoli

Giuseppe Manfredi non ha paura di essere sfrattato. «No – dice senza esitazioni –, perché mi devono sparare per farmi uscire di casa». Vive in provincia di Como, con la moglie e due figli. Nel 2005 accende un mutuo da 170 mila euro presso Meliorbanca, banca d’affari oggi parte del gruppo BPER, per comprare casa. «Era già come adesso, i tassi erano altissimi. E accettammo il mutuo che ci fu proposto». I tassi di interesse, che a gennaio erano al 2,1%, alla fine dell’anno erano già saliti al 2,5%. Qualche anno dopo Giuseppe Manfredi inizia ad avere problemi di salute e chiede la sospensione delle rate, che gli viene negata in quanto lavoratore autonomo. «Ero a casa, non sapevo come fare, mia moglie fa la casalinga. Ho dovuto lasciare indietro più di un anno di rate». Quando il signor Manfredi smette di pagare il mutuo, nel 2010, Meliorbanca vende il credito a un’altra società, la Sestante Finance Srl.

L’inchiesta in breve

  • La cartolarizzazione è un’operazione finanziaria astratta, che però può avere effetti molto concreti per le famiglie che hanno contratto i prestiti. Parte dall’economia reale per poi finire in un sistema parallelo dove mercati, istituzioni e intermediari svolgono le stesse funzioni delle banche senza però dover rispondere alle autorità di vigilanza
  • In sostanza una banca svende pacchetti di crediti deteriorati – come quelli di mutuatari in ritardo con le rate, per cui difficilmente potrà recuperare il capitale prestato – a società appositamente costituite per l’operazione. A loro volta queste società danno in gestione i mutui non pagati a società di recupero crediti, che cercano di riscuotere il dovuto anche con tattiche molto aggressive
  • Il meccanismo è incoraggiato dalla Banca centrale europea, perché serve a ripulire i bilanci delle banche dalle sofferenze. Tuttavia, questo meccanismo alimenta un mercato speculativo, sottratto alle regolamentazioni delle banche centrali, che sottrae gettito al fisco dei Paesi dove hanno sede le banche più esposte alle sofferenze
  • Il costo sociale delle cartolarizzazioni, poi, può essere molto elevato: chi si è sovraindebitato – magari per colpa delle stesse banche, che hanno concesso mutui a condizioni difficili da ripagare – viene spesso sfrattato
  • Il sistema nasconde anche criticità in termini di trasparenza. I veicoli di cartolarizzazione sono società “usa e getta”, con capitale sociale minimo e senza dipendenti, possedute da anonime fondazioni domiciliate in Olanda. Esiste quindi il rischio che le banche siano le vere proprietarie: se così fosse l’intera operazione potrebbe configurarsi come un illecito. Le banche starebbero commettendo una frode ai danni del mercato, aggirando le regole create apposta per evitare una nuova bolla finanziaria come nel 2008

Questo è il punto di avvio di un’operazione finanziaria che, in gergo, si chiama cartolarizzazione. Un’operazione complessa e – per certi versi – astratta, che però può avere effetti molto concreti per le famiglie che hanno contratto i prestiti. Parte dall’economia reale per poi finire in un sistema parallelo dove mercati, istituzioni e intermediari svolgono le stesse funzioni delle banche senza però dover rispondere alle autorità di vigilanza. Le cartolarizzazioni alimentano un sistema bancario “ombra” che a fine 2022, dati della Banca centrale europea, ha un giro di 31 mila miliardi di euro e complessivamente concede il 26% dei prestiti in Europa.

Il meccanismo delle cartolarizzazioni

In sostanza, la banca svende a poco prezzo pacchetti di crediti deteriorati – come quelli di mutuatari in ritardo con le rate, per cui difficilmente potrà recuperare il capitale prestato – a società appositamente costituite per l’operazione. Il termine svendita non è casuale: secondo Banca d’Italia, il prezzo medio a cui le sofferenze – così vengono chiamati i crediti di debitori insolventi – sono stati cedute nel 2021 era di appena il 20% del valore originario. Per i prestiti senza garanzia il prezzo scende ancora, prospettando lauti guadagni per le società che acquistano i crediti, indicate in inglese con la sigla Spvspecial-purpose vehicle. Nel caso del signor Manfredi, la Spv è Sestante Finance. Queste società fanno due cose: innanzitutto si occupano di recuperare il credito, affidandosi anche a società specializzate, i cosiddetti servicer. Allo stesso tempo, provvedono a emettere dei titoli (la cartolarizzazione vera e propria, ndr), il cui rendimento dipende dalla probabilità con cui un certo debito verrà ripagato, e li collocano presso investitori professionali. Ad acquistarli, infatti, sono società di investimento e fondi pensione.

Il glossario

Cartolarizzazione: è un’operazione che trasforma una serie di diritti su attività illiquide (prestiti, crediti commerciali, immobili) in titoli negoziabili. La gestione di queste attività è in capo a una società veicolo, Special Purpose Vehicle, diversa dalla proprietaria dei diritti.

Crediti deteriorati: in inglese non-performing loans (NPL), sono prestiti giudicati difficili da riscuotere. Si distinguono in esposizioni scadute (le rate non vengono pagate da più di 90 giorni), inadempienze probabili (non recuperabili nella loro interezza se non tramite azioni legali o ricorrendo alle garanzie), e sofferenze, ovvero i crediti verso soggetti insolventi.

Spv: società costituita con l’unico scopo di acquistare diritti su attività illiquide da banche o altri intermediari, per poi emettere titoli acquistabili sul mercato finanziario.

Servicer: società incaricata dalla banca di gestire un portafoglio di crediti deteriorati che sono stati cartolarizzati, procedendo alla riscossione delle rate arretrate o al recupero del credito. Può anche acquistare direttamente i pacchetti di crediti.

Questo meccanismo alimenta – a detta di molti esperti – un mercato speculativo e opaco, sottratto alle regolamentazioni delle banche centrali. Sottrae anche gettito al fisco dei Paesi dove hanno sede le banche più esposte alle sofferenze. Molti fondi che le acquistano, infatti, sono basati in paradisi fiscali, e questo, secondo l’avvocato ed ex banchiere Dino Crivellari, è un punto critico: «Il guadagno dell’operazione si ha nella misura in cui il fondo ha versato 100 per acquistare un’obbligazione della Spv, ma questa gli restituisce 120, perché ha incassato di più di quanto abbia speso per comprare i crediti in sofferenza. Questo reddito aggiuntivo viene versato nel luogo dove il fondo ha sede. Se il fondo ha sede in un Paese dove la tassazione è molto favorevole è chiaro che lì c’è un grosso vantaggio», spiega Crivellari.

Il costo sociale delle cartolarizzazioni può essere molto elevato: chi si è sovraindebitato – magari per colpa delle stesse banche, che hanno concesso mutui a condizioni difficili da ripagare – finisce spesso per strada. Il sistema delle cartolarizzazioni è incoraggiato dalla Banca centrale europea, perché serve a disincagliare i bilanci delle banche dalle sofferenze, cioè, appunto, i crediti non riscossi. In inglese vengono indicati con la sigla NPLnon-performing loans.

Come spiega il fondatore di un gruppo finanziario internazionale, che nella sua carriera dice di aver «fatto infinite cartolarizzazioni», periodicamente le banche fanno verifiche interne su quali mutui sono incagliati. «Se la banca ha prestato a qualcuno un milione, questo viene registrato come credito nei confronti del soggetto che deve pagare il mutuo. […] La Banca d’Italia interviene su queste operazioni: se tu non puoi recuperare il milione, lo devi mettere a fondo rischi. Queste operazioni di svalutazione inficiano molto i bilanci delle banche».

#GhostDebt è una serie di inchiesta sul sistema delle cartolarizzazioni. Il progetto nasce dalle ricerche del network di Giornalismo urbano European Cities Investigative Journalism Accelerator (ECIJA), prosecuzione del lavoro di Cities for Rent. Il progetto è sostenuto da Stars4Media.

In altre parole, se un istituto di credito ha molte sofferenze, dovrà accantonare liquidità, per far fronte all’eventualità che non riveda più i soldi dei creditori insolventi. Cioè per ogni cento euro prestati, ne deve tener fermi altri cento come garanzia. Quindi le liquidità delle banche sono fortemente limitate da prestiti concessi in precedenza: quote importanti dei loro capitali devono restare “inattive” e non possono essere usate, ad esempio, per concedere altri prestiti. Ecco spiegato l’interesse delle banche a liberarsi dei crediti deteriorati, anche a prezzi di svendita.

«Uno dei motivi fondamentali del successo delle cartolarizzazioni è che permettono alle banche di rivendere (e quindi portare fuori bilancio) i propri prestiti, con vantaggi non solo in termini di rischio, ma forse prima ancora di elusione delle normative», chiarisce Andrea Baranes, presidente della Fondazione Finanza Etica. «Ogni prestito – continua Baranes – viene “pesato” in funzione del suo rischio, per determinare quanti capitali propri la banca deve accantonare nel momento in cui lo eroga al cliente. Nel settore immobiliare in particolare questo significa capitali della banca bloccati per tutta la durata del mutuo, anche 20 o 30 anni. […] Con le cartolarizzazioni mi libero del prestito, e quindi libero patrimonio della banca che può essere usato per coprire un nuovo prestito».

Dopo aver raggiunto un picco di 341 miliardi di euro nel 2015, i prestiti “cattivi” delle banche italiane hanno continuato a scendere. Tuttavia, la crisi economica – legata prima alla pandemia di Covid e poi all’invasione russa dell’Ucraina – sembra aver invertito questa tendenza: l’ultimo rapporto Abi-Cerved prevede che per il 2023 il tasso di deterioramento italiano (ovvero la quota di prestiti scaduti da più di 90 giorni rispetto al totale delle erogazioni) toccherà il 3,8%, tornando a salire per la prima volta dopo un decennio. Il nostro Paese è quello che, in Europa, ha cartolarizzato il maggior numero di prestiti fra 2014 e 2021 (quasi 325 miliardi di euro).

Il meccanismo, da un punto di vista regolatorio, sembra funzionare: sono lontani i tempi del picco della crisi finanziaria, quando il tasso di deterioramento era doppio rispetto a quello attuale. Tuttavia, come ha spiegato in audizione alla Commissione finanze del Senato Dino Crivellari, lo spostamento dei crediti dalle banche ai fondi di investimento non ha risolto il problema. A IrpiMedia Crivellari spiega che «le sofferenze delle banche sono precipitate, non scese, perché sono passate da circa i 360 miliardi del 2015 ai 60/70 miliardi dell’anno scorso. Il problema è che queste sofferenze non si sono effettivamente ridotte, ma sono soltanto state trasferite dalle banche alle Spv, cioè sono state cartolarizzate. Quindi, se uno guarda il sistema complessivo Italia, la quantità di sofferenze in circolazione è esattamente la stessa».

Alle radici della crisi

Come spiega Neil Fligstein nel suo libro The Banks Did It: An Anatomy of the Financial Crisis (2021), l’idea di creare titoli garantiti da mutui ipotecari non è stata un’invenzione dei «maghi di Wall Street», ma dell’amministrazione di Lyndon Johnson, presidente democratico degli Stati Uniti fra il 1963 e il 1969. L’idea era aumentare il numero di proprietari di casa, al contempo aiutando persone a basso reddito a comprare casa.

Negli anni Settanta e Ottanta le banche puntavano ancora a costruire una relazione di fiducia col consumatore. Il processo per comprare casa era relativamente semplice: una volta trovato l’immobile, si chiedeva alla banca locale un mutuo; questa prestava i fondi in cambio di un’ipoteca sulla casa, che manteneva finché il mutuo non era stato ripagato.

Piano piano, però, l’istituzione finanziaria che presta i soldi inizia a emettere titoli garantiti dalle ipoteche sulle case. Finché mantengono le ipoteche, infatti, le banche non sono in grado di prestare nuovamente denaro, e guadagnare sugli interessi. Così, vendono i mutui, recuperando il capitale prestato.

A partire dal 1993 le banche americane si rendono conto che il modello delle cartolarizzazioni genera grandi profitti. Allo stesso tempo, iniziano a diffondersi mutui non convenzionali, destinati a coloro che non hanno garanzie sufficienti o non possono versare un anticipo. Si sviluppa così il business dei subprime, che passa da 37 miliardi di dollari nel 1990 al picco del 2005-2006, quando vengono emessi titoli legati a mutui non convenzionali per 1.000 miliardi di dollari.

A quel punto le banche europee si erano già accorte degli enormi profitti che il meccanismo poteva generare, entrando direttamente nell’affare dei prestiti cartolarizzati. In Italia, spiega Crivellari, la legge prevedeva che ci fosse una coerenza fra raccolta e impieghi: se una banca raccoglieva depositi a breve termine, non poteva erogare finanziamenti a lungo termine, come i mutui. «Con il 1993 questa cosa è venuta meno, sull’onda dell’operatività americana, per cui le banche commerciali potevano fare di tutto. Le banche commerciali hanno incominciato a fare i mutui a lungo termine pur avendo raccolta a breve termine. Questo crea un disallineamento tra il passivo e l’attivo della banca». Per ovviare a questo disallineamento, «la banca erogava i mutui, poi prendeva questi mutui, li impacchettava, li cartolarizzava, e quindi riprendeva in mano la liquidità. Questa operazione teoricamente è corretta. Qual è il problema? Se sono una banca e faccio dei mutui che tanto venderò su un mercato, non sto così attenta a chi sto prestando i soldi. Cioè aumenta la mia attitudine al rischio, perché non è un problema mio che quel mutuatario poi paghi», conclude Crivellari.

«Le banche erano così disperate nel garantire i mutui per la cartolarizzazione che erano perfettamente disposte a concedere prestiti a persone che sapevano non sarebbero state in grado di ripagarli», scrive Fligstein. Così, quando Lehman Brothers va in bancarotta nel 2008, i titoli derivanti da mutui subprime sono dappertutto. Fuori dagli Stati Uniti, ne erano stati comprati per un milione di miliardi di dollari. E la bolla finanziaria esplode.

La metafora, valida tuttora, è quella della salsiccia finanziaria: «È un sistema di scatole cinesi, per cui un prodotto finanziario è costruito mettendo insieme pezzi di altri titoli, di altre obbligazioni. Le obbligazioni della Spv magari vanno a soggetti che sono più avvezzi al rischio, intermediari che poi magari propongono il loro stesso prodotto e lo vendono al fondo di investimento. A sua volta il fondo di investimento propone un proprio prodotto finanziario. Da qualche parte però si rischia che – se c’è un problema, perché uno dei mutuatari subprime non paga – salta la pensione a un lavoratore francese o spagnolo o italiano che non sapeva che nel suo fondo pensione c’erano pezzi di mutui subprime», commenta Andrea Baranes.

Così, conclude Crivellari, complici le inefficienze del sistema giudiziario e l’aumento dei tassi di interesse, le sofferenze sono ormai «un fatto endemico» in Italia. Parte dei debiti che gli italiani avevano con le banche, adesso li hanno con i fondi speculativi. Se tra banche e clienti in debito c’era almeno una relazione diretta, tra debitori e fondi speculativi non esiste alcuna relazione. Le banche che hanno legami con un territorio hanno grosse ripercussioni se chiedono lo sfratto di famiglie loro clienti, i fondi d’investimento, invece, non corrono questo rischio.

Vite all’asta

A differenza della Grecia, dove sono disponibili dati completi sugli immobili andati all’asta a seguito di cartolarizzazioni, in Italia il Portale delle vendite pubbliche del ministero della Giustizia fornisce informazioni piuttosto limitate. Nonostante ciò IrpiMedia, sfruttando una nota vulnerabilità del sito web, ha raccolto decine di casi di esecuzioni immobiliari – con cui il creditore chiede di pignorare la casa del debitore – che hanno la loro origine nelle operazioni di cartolarizzazione. In alcuni di questi l’immobile viene venduto all’asta, a una minima frazione del mutuo originario, e la famiglia che ci viveva, sfrattata.

«Meliorbanca ai tempi mi minacciò di prendersi casa. La misero giù in modo da spaventarci, mica da ridere», racconta Giuseppe Manfredi. L’ingresso di Sestante Finance come titolare del credito non cambia di molto le cose. Con la crisi dovuta al Covid, Manfredi è costretto a chiudere la partita Iva e rimane nuovamente indietro con il mutuo. Di sospensione delle rate neppure Sestante vuole sentir parlare. «M’hanno preso il residuo e l’hanno ricalcolato, allungandolo di altri cinque anni. Ho fatto quattro conti, vogliono altri 50.000 € al di fuori del restante», dice Manfredi. «Mi hanno mandato settimana scorsa il prospetto, l’ho fatto vedere a delle persone. Mi hanno detto: “Pino assolutamente no. Cerca di tenere i denti stretti perché qua ti stanno inculando di nuovo”». Da ottobre 2005 a oggi, calcola, su 170.000 euro di mutuo deve ancora pagare 140.000 euro. Dice di aver sborsato – prima a Meliorbanca e poi a Sestante – solo interessi, per oltre 100.000 euro. «Le dico la verità, io ho due figli, tra cui uno ha iniziato a lavorare da poco, quasi un annetto, l’altra ancora va a scuola. Tra il lavoro e il mutuo non sto bene psicologicamente».

Forme di resistenza agli sfratti

Fino a oggi il signor Manfredi è riuscito a resistere, ma ad altri è andata diversamente. Nel 2016 Sestante Finance inizia l’esecuzione immobiliare per una casa a Foiano della Chiana, Arezzo. Ci vive un’anziana donna pakistana, con i suoi tre figli. L’immobile era stato comprato nel 2005 con un mutuo Meliorbanca. Viene messo all’asta nel 2019. Il geometra che si è occupato di stimarne il valore prima dell’asta racconta che, in appena un anno, «l’immobile è stato venduto all’asta, demolito e ritirato su», e gli inquilini, «sfrattati». Una visura catastale conferma che i cittadini pakistani non sono più proprietari dal 2020.

Il copione si ripete a Bergamo. Nel 2020 Sestante inizia la procedura esecutiva per una casa in cui vivono alcuni cittadini marocchini. Messa all’asta a gennaio 2022, risulta – da visura catastale – venduta già un mese dopo. «Avevano tre figli, di cui una maggiorenne, con cui io parlavo», racconta per telefono il geometra che ha fatto la stima. «Mi sembra che il papà non ci fosse, era finito il lavoro e non potevano pagare il mutuo». Anche questo era stato acceso prima della crisi del 2008.

«Una volta – racconta Crivellari – si diceva che le banche, dopo gli anni Novanta, dovevano “originare e distribuire”. Quindi erogavano i crediti e poi distribuivano il rischio attraverso le cartolarizzazioni, su un numero indefinito di investitori. La cosa ha preso talmente piede che [il motto] è diventato originate to distribute, cioè creo il rischio, lo faccio apposta, per distribuirlo.» Crivellari spiega che la banca con questo nuovo approccio non si preoccupa più del rischio insito nel singolo prestito perchè tanto quel rischio lo andrà a vendere tramite cartolarizzazione. «Questo è sbagliato – prosegue – però lo hanno fatto in molti, ed è all’origine della crisi del 2008». A confermarlo è Luca Pacini, tributarista bancario e consulente di rating. «Questo è un dato di fatto. Io ho lasciato il mondo bancario nel 2007, le erogazioni erano facili, si facevano senza garanzia e al 100% del valore [dell’immobile, ad esempio]», spiega.

A distanza di decenni, gli effetti della concessione di quei prestiti si fanno sentire. È il caso di un mutuo emesso da Meliorbanca prima dell’inizio della “Grande recessione” e cartolarizzato. Sestante Finance, nuova proprietaria del credito, nel 2017 intima al debitore di restituire entro 10 giorni oltre 190 mila euro – di cui circa 80 mila fra interessi e more per i mancati pagamenti. In caso contrario, inizierà la procedura di sfratto. A occuparsi della riscossione delle rate è Italfondiario SpA, che ha in gestione, dal 2011, i portfoli di crediti cartolarizzati comprati da Sestante. Italfondiario – rinominata dal 2022 DoBank – appartiene al gruppo DoValue. È uno dei servicer, ovvero quelle società che si occupano materialmente del recupero del credito per conto delle Spv, più importanti in Italia. DoValue, controllata dal fondo di investimenti statunitense Fortress, è attiva anche nella regione ellenica (Grecia e Cipro) e in quella iberica (Spagna e Portogallo). È l’Italia, però, il centro degli affari del gruppo: nel nostro Paese il servicer gestisce asset per un valore lordo di oltre 70 miliardi di euro, l’80% dei quali sono non-performing loans. Da maggio 2023 la maggioranza di Fortress è in mano al fondo emiratino Mubadala Capital.

Per approfondire

Mubadala è un gruppo che ha al suo interno diverse società di investimento. È tra i clienti di Cy4Gate, società italiana di cybersicurezza che da anni investe in diversi settori in Italia. Ne abbiamo scritto nell’inchiesta I business dell’italiana Cy4gate a sostegno dell’industria della sorveglianza negli Emirati.

Dal portale del ministero della Giustizia emergono decine di immobili venduti all’asta a seguito di esecuzioni immobiliari promosse da DoValue, tanto col nome Italfondiario quanto col nome DoBank, su mandato dei veicoli di cartolarizzazione. In diversi casi gli immobili sono ancora abitati dai debitori e dalle loro famiglie e, spesso, si tratta di mutui erogati nei primi anni del 2000.

Con i consigli di Lehman Brothers

Veicoli speciali, fuori da ogni controllo

Una volta acquistati pacchetti di crediti dalle banche, le Spv procedono – mutuo per mutuo – a riscuoterne le rate arretrate. Talvolta esercitando forti pressioni pur di costringere il debitore a pagare il dovuto. «Quando il credito viene ceduto a una Spv è chiaro che quella Spv non si preoccupa di quali saranno gli effetti indotti, si preoccupa semplicemente del recupero», ragiona Crivellari.

Se da un lato ci si può sovraindebitare per investimenti sbagliati o per eccessiva fiducia nelle proprie capacità di spesa, non sempre la colpa è del debitore. Licenziamento, ingresso in cassa integrazione, gravi problemi di salute, rientrano nella categoria della «morosità incolpevole». In alcuni casi il ruolo della banca è decisivo. Secondo l’Articolo 121 del Testo unico bancario, in sede di concessione del credito, l’istituto finanziario dovrebbe fare dei controlli per verificare con quale probabilità la persona restituirà il prestito.

«Alla fine – spiega un imprenditore esperto di cartolarizzazioni sentito da IrpiMedia – è una strategia di speculazione sul povero, per il quale la banca non ha debitamente controllato che sarebbe potuto incappare in una difficoltà finanziaria di qualche tipo». Proprio il meccanismo delle cartolarizzazioni può aumentare il rischio che le banche tendono ad assumersi e il loro comportamento opportunistico. Come spiega l’avvocato Camillo Bruno, che si occupa di procedure di sovraindebitamento, le banche «molte volte erogano, di fondo, un credito che o non avrebbero dovuto erogare proprio o avrebbero dovuto erogare in maniera decisamente più proporzionata al reddito che veniva messo a disposizione».

Da Genova a Busto Arsizio, da Barletta a Milano. Ma anche in Francia, Spagna, Grecia. Il meccanismo è simile in tutta Europa: le banche hanno l’imperativo di tenere i loro bilanci in ordine e al primo segnale di insolvenza cedono il mutuo a società terze che lo trasformano in un prodotto finanziario.

È il caso di Blackstone, società finanziaria fra le più grandi al mondo, specializzata in investimenti immobiliari. Nel 2014 il fondo ha comprato i titoli emessi a seguito della cartolarizzazione, da parte di Banca BPER, di 1.004 mutui residenziali. Il valore è di 164 milioni di euro, ma vengono ceduti per un quarto del prezzo. Si trattava, per la maggior parte, di quei mutui – erogati fra il 2007 e il 2009 da Meliorbanca, oggi di proprietà BPER – gestiti da Systema Mutui.

Tattiche aggressive verso i debitori

Prima di arrivare a un eventuale accordo col debitore, le società che comprano i crediti dalle banche cercano di recuperarli per il loro valore originario. Il prezzo di acquisto, invece, a volte è pari appena al 5%.

«La Spv – racconta l’avvocato Bruno – inizia in genere una procedura aggressiva di recupero del credito, andando a volte anche fare una operazione di stalking. In un caso, che adesso finalmente è venuto a conclusione, la Spv andava sotto casa del povero debitore di turno, a citofonare insistentemente, minacciando inverosimili conseguenze sul piano penale piuttosto che sul piano civile, quindi cercando di fare pressione psicologica».

Lo conferma anche l’avvocato Gianluca Melillo, che segue le procedure di sovraindebitamento.

«Loro (le società di cartolarizzazione, ndr) alla fine ottengono quello che vogliono attraverso queste azioni aggressive: soprattutto telefonicamente, perchè prima chiamano da un numero, poi da un numero diverso, prima parli con un soggetto poi, quando fanno queste cessioni ad altre società a scatola, parli con un altro. Mentre poi stai facendo una transazione (un negoziato con la Spv, ndr) con uno, nel giro di tre-quattro mesi, non la puoi fare più perché il credito è passato di mano. E si ricomincia da capo, con loro che continuano a chiamare il cliente. A volte ho mandato raccomandate proprio per spiegare questi problemi, poi non venivo più ricontattato io. Neanche con l’ausilio dell’avvocato come intermediario si riuscivano a placare queste richieste di pagamento aggressive».

Tutte le operazioni delle società veicolo avvengono senza alcun tipo di controllo. La Banca d’Italia tiene e aggiorna un elenco delle società veicolo, senza però sottoporle a controlli. «In un anno ho fatto più di 150 esposti, ho le prove», accusa il tributarista bancario Luca Pacini, eppure nessuno di questi ha avuto finora esito. Le Spv sono infatti “società veicolo speciali”, che stanno al di fuori del perimetro ordinario del sistema economico-finanziario e della giurisdizione delle banche centrali. Non a caso, molto spesso, di queste entità non si conoscono neppure i reali proprietari.

All’ombra del sistema bancario parallelo

Il sistema delle cartolarizzazioni nasconde criticità strutturali, prima di tutto in termini di trasparenza. Sestante Finance, ad esempio, è stata multata dalle autorità finanziarie lussemburghesi per mancato rispetto della legge sulla trasparenza in tema di pubblicazione dei bilanci. Per ben tre volte: a giugno 2016 per diecimila euro, poi a luglio 2017 per 15 mila euro e ancora a settembre 2017 per 30 mila euro.

Le Spv sono società “usa e getta”, con capitale sociale minimo e senza dipendenti, possedute spesso da fondazioni domiciliate in Olanda. «Queste società – denuncia l’avvocata Monica Mandico, specializzata in crisi da sovraindebitamento – che hanno un patrimonio separato, che hanno un capitale sociale molto spesso di 10.000 euro, hanno sede ad Amsterdam, intestate ad associazioni anonime di cui non c’è nemmeno l’indirizzo, fanno passaggi di cessioni di crediti multimilionari attraverso delle lettere commerciali. Senza passare da un notaio, senza effettuare nessun controllo». Sestante Finance – per esempio – è posseduta da due fondazioni olandesi, Stichting Artemide e Stichting Olimpo, di cui non si conoscono i beneficiari ultimi.

In termini generali, il rischio che le banche siano le vere proprietarie delle fondazioni olandesi quindi esiste, e se così fosse l’intera operazione potrebbe configurarsi come un illecito: le banche starebbero commettendo una frode ai danni del mercato, perché starebbero aggirando le regole create apposta per evitare un nuovo 2008. Un gioco delle tre carte, dove il mazziere sono gli istituti di credito. Da qui derivano le preoccupazioni per la mancata trasparenza del sistema ed è sorprendente che questa sia accettata, anzi addirittura incoraggiata, da chi dovrebbe invece vigilare su queste attività.

È evidente poi la discrepanza che esiste tra gli obblighi di trasparenza legati alla normativa antiriciclaggio, e quindi a una verifica della provenienza dei soldi, a cui deve sottostare un normale cittadino che vuole comprare un immobile all’asta giudiziaria, rispetto alle condizioni riservate alle Spv che acquistano i crediti deteriorati. Come spiega l’avvocato Gianluca Bozzelli, esperto di diritto bancario, per i fondi non ci sono controlli antiriciclaggio. L’identità del titolare effettivo è un mistero: «Potrebbe essere anche lo stesso istituto di credito che ha cartolarizzato – ragiona Bozzelli –, ci potrebbe essere un cortocircuito in cui la banca fa finta di liberarsi del credito deteriorato ma in realtà se lo ricompra, e quindi lo tiene ancora in pancia».

Un ulteriore livello di opacità è dato dal fatto che, nel tentativo di recuperare il 100% di un credito che hanno acquistato per molto meno, le Spv non dichiarano il prezzo effettivo a cui lo hanno comprato. Neppure al giudice che deve stabilire un accordo di composizione della crisi. «E non sono tenute a farlo», dice l’avvocato Riccardo Guarino, advisor legale in queste procedure. «Se acquistano al 10% e recuperano il 70-80% hanno fatto un ottimo affare. Se acquistano al 30% e recuperano il 50%, hanno sempre fatto un affare, ma hanno guadagnato un po’ di meno», conclude Guarino.

Non solo, una volta che il mutuo “esce” dalla banca perché viene cartolarizzato, entra in un sistema bancario parallelo, non regolamentato, definito shadow banking system. «Le Spv – dice Andrea Baranes di Fondazione Finanza Etica – sono uno dei principali attori del sistema bancario ombra, ovvero di quell’insieme di società che svolgono operazioni simili a quelle delle banche ma senza essere sottoposte alla regolamentazione bancaria. Il sistema bancario ombra è talmente poco trasparente e regolato che il Financial Stability Board, che realizza periodicamente studi e monitoraggi, non riesce nemmeno a darne una dimensione certa». Secondo il report dell’FSB, nel 2021 questo sistema bancario parallelo è cresciuto del 7,7% rispetto all’anno precedente, raggiungendo quota 486,6 trilioni di dollari, pari alla metà di tutti gli asset finanziari mondiali. Lo shadow banking system non va, però, pensato come scollegato dalla finanza tradizionale. Le società di cartolarizzazione, infatti, possono essere emanazione delle banche stesse, o di proprietà dei loro manager e, soprattutto, è dalle banche che prendono i soldi per comprare i crediti delle banche.

Ad esempio, nel caso del progetto Exodus, una cartolarizzazione miliardaria di mutui sulla casa iniziata nel 2018, è lo stesso Banco BPM a prestare 70 milioni di euro alla società che compra i crediti, Red Sea. Nel report annuale di BPM si legge che questo prestito, concesso come «riserva di liquidità», «non rappresenta alcuna forma di supporto creditizio alla cartolarizzazione». Non è un prestito, insomma. Tuttavia la Spv non è altro che una scatola vuota, costituita per quella precisa operazione di cartolarizzazione. In altre parole, pur di liberarsi dei crediti deteriorati, la banca non solo li vende a una minima frazione del loro valore, ma è persino disposta a prestare milioni di euro a una piccola Srl, senza dipendenti e con poco capitale, per velocizzare l’operazione.

Nonostante l’opacità, «non andiamo verso una riduzione, ma verso l’incentivazione delle cartolarizzazioni», commenta l’avvocato Gianluca Bozzelli. Non andiamo nemmeno nella direzione della trasparenza, per cui trust e “stichting” (fondazioni, ndr) anonime debbano rendersi palesi. Lo ha sancito lo scorso 22 novembre la Corte di giustizia dell’Unione europea, secondo cui rendere accessibile al pubblico i nomi di chi controlla davvero una società rappresenta una violazione dei diritti della vita privata e della protezione dei dati personali. Un ulteriore incentivo all’anonimato.

Le infografiche di questo articolo sono state aggiornate in data 22 giugno 2023 con gli ultimi dati sul merato degli NPL pubblicati da Deloitte.

CREDITI

Autori

Edoardo Anziano
Lorenzo Bagnoli

Da IrpiMedia